La cultura non può essere ridotta a un figlio reietto

Al direttore - La pagina di Brunetta mi ha fatto sentire meno solo, e questo lo avverto come un incoraggiamento di cui lo ringrazio. Il suo intervento ricostruisce la nascita del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, a partire dal 1975 e da Giovanni Spadolini, ma non vi si tiene in sufficiente conto che, in realtà, questo settore un tempo era affidato al Ministero per l’Educazione Nazionale. di Giancarlo Galan, ministro per i Beni e le Attività Culturali Leggi Il Mibac del buco di Renato Brunetta
5 AGO 20
Immagine di La cultura non può essere ridotta a un figlio reietto
C’è di sicuro un momento immateriale nello sviluppo di fenomeni, che poi diventano economicamente solidi, produttivi, materialmente vantaggiosi. E il momento immateriale lo viviamo quando ci si educa col frequentare musei e teatri, con lo studiare in archivi e biblioteche, i “luoghi” che contribuiscono a formare la grande ricchezza nazionale che siamo soliti chiamare cultura, nient’altro che l’energia che ci consente di vedere, ascoltare, capire, conoscere.

Nell’intervento di Brunetta, ciò che sorprende è l’assenza del nuovo, dei grandi mutamenti che si sono avuti in molte parti del pianeta, non esclusa l’Italia, anche se da noi “le città” fanno fatica a tenere il passo con chi da tempo ormai cammina velocissimamente lungo le vie della creatività. Precedendoci in tal modo di molto nei felicissimi risvolti economici che si hanno praticando quelle vie. Tra l’altro, caro Brunetta, cultura non è solo cinema e musica, ma anche moda, design, oppure la realizzazione di sistemi museali per davvero avanzati.
Termino, non limitandomi a citare le già note e benefiche ricadute economiche che la cultura in ogni sua espressione arreca a tante città, sia antiche che nuove, quando però queste effettivamente sappiano proporre cultura. In sintesi, è noto a molti quanto segue: “La cultura , la creatività, la bellezza stanno diventando sempre più elementi di valore non solo culturale ma anche economico e di sviluppo, fonti di nuove forme imprenditoriali e interi settori industriali”. Mai sentito parlare di attività produttive legate alle industrie creative? Non posso, però, non sorprendermi di quel passaggio brunettesco, dove si insinua che “la rivoluzione goldoniana è figlia della limitatezza di risorse e della scarsa disponibilità di attori famosi, non il contrario”.

Ma, caro ministro della Funzione Pubblica, Goldoni e il suo nuovo modo di fare teatro – un nuovo che richiede una nuova lingua, una nuova recitazione e poi tanto e tanto altro ancora – nasce perché la società veneziana ed europea del Diciottesimo secolo avverte che stanno avvenendo profondi mutamenti, sente avvicinarsi la fine e la rinascita, il tutto tra illuminismo e protoromanticismo, nel mezzo di “villeggiature inquietanti”.
L’economia, in conclusione, va bene sia prima che dopo, ma ciò che conta è che esista un Paese capace di stare sempre e comunque dalla parte della cultura.

di Giancarlo Galan, ministro per i Beni e le Attività Culturali
LeggiIl Mibac del buco di Renato Brunetta